fbpx

VINO IN FARMACIA

Quando le farmacie non erano soltanto esercizi di commercio al dettaglio ma veri e propri laboratori di preparati galenici, anche il vino, talvolta, soprattutto aromatizzato, è stato protagonista. Perché? La farmacologia a fine ‘800 si basava prevalentemente sull’erboristeria, ed era proprio il farmacista a possedere una completa conoscenza delle proprietà terapeutiche e organolettica di ciascuna spezia.


Più in generale in passato, l’alcol etilico, miscelato con erbe aromatiche, infusi ed essenze è stato utilizzato più come ricostituente che come bevanda di piacere. Proprio i farmacisti sono stati, in più di un occasione gli inventori di una qualche ricetta “miracolosa” utilizzando l’alcol, si pensi all’amaro Braulio, ideato da Francesco Peloni nel 1826, a Bormio, come elisir dalle proprietà benefiche, utilizzando erbe alpine della Valtellina. Pochi anni dopo nel 1868, a Caltanissetta, all’estremità opposta dello Stivale, Salvatore Averna iniziava la produzione del famoso amaro, dalle doti toniche e terapeutiche, la cui ricetta segreta gli fu donata dai monaci dell’abbazia di Santo Spirito.


Più vicino al mondo enologico in senso stretto, invece, è l’ideazione di un vero e proprio farmaco, o almeno così nacque, il Barolo Chinato. Creato a fine ‘800, a Serralunga d’Alba, dal farmacista dott. Giuseppe Cappellano, unendo il famoso rosso piemontese con un mix di spezie, tra cui cannella, genziana e china appunto, chiamate a inizio Novecento “droghe”. La macerazione nel vino di questi elementi, porta allo sviluppo di principi attivi dal sapore amaro che stimolano la secrezione salivare e del succo gastrico, aiutando quindi la digestione. Oggi lo si usa per lo più in accompagnamento alle preparazioni a base di cacao, oppure da solo, a fine pasto, lievemente fresco. Una poesia!


Ma la storia non termina certo qui. Nei primi decenni del 1800, un altro farmacista, un certo Clemente Santi, a Montalcino, crea un vino rosso a base sangiovese che resiste al tempo, anzi migliora, è il padre del noto Brunello che vinse una medaglia alla fiera di Montepulciano nel 1869, con la vendemmia 1865. Di quella stessa farmacia in cui Clemente Santi eseguiva le analisi dei vini e degli oli, in Piazza del Popolo a Montalcino, diventa proprietario, nel 1905, Giulio Salvioni che trasmette al figlio Umberto, la passione di “curare”, ma non i malati bensì i sani, con il vino, diventando produttore di uno dei Brunello di maggior qualità del panorama montalcinese, La Cerbaiola.
Non c’è da stupirsi sulla creatività dei farmacisti di un tempo, se si pensa che anche la Coca Cola nasce dall’idea di uno di essi, lo statunitense, John Stith Pemberton ad Atlanta nel 1886 come rimedio per mal di testa e stanchezza. Per tornare invece a storie nostrali, come dimenticare la più piccola DOCG italiana, il Moscato di Scanzo, vicino a Bergamo e la famiglia di farmacisti Pagnoncelli Folcieri che dagli anni ’60 producono questo nettare taumaturgico. Spostandoci ancora più a est, arrivando in Friuli, nello splendido scenario del Collio, in cui le vigne radicate nella ponca, respirano le brezze dell’Adriatico, si trova il paesino di Brazzano vicino a Cormòns, provincia di Gorizia.

Qua ha sede l’azienda Borgo del Tiglio, fondata, guarda caso, da un farmacista, Nicola Manferrari, nel 1981, che ci ha regalato grandi interpretazioni di Friulano come il Ronco della Chiesa. Se un tempo la vocazione farmacistica del vino era legata a doppio filo all’erboristeria, oggi il farmacista-vignaiolo fa emergere più il suo spirito “chimico”, prestandolo all’enologia.

È questo il caso, ad esempio, di Marco Sferlazzo, farmacista, che negli anni ’90 decide di cambiare vita per seguire la propria passione: produrre vino, in un territorio molto vocato, benché non così blasonato. Siamo a Camporeale in provincia di Palermo, una zona caratterizzata da un particolare terroir. La scommessa è ardua non soltanto per la zona ma soprattutto per i vitigni autoctoni utilizzati:
catarratto, nero d’Avola e in particolare il perricone che diventa il fiore all’occhiello dell’azienda dal nome più che eloquente, Porta del Vento. “Ho scelto questo territorio, non soltanto per le sue potenzialità ma perché è quasi magico – spiega il produttore – ne sono rimasto immediatamente rapito. L’altra scelta importante è stata quella di produrre in regime biodinamico, lasciando che la vite seguisse il suo corso naturale”.

Concludo rendendo più gradevole l’aforisma del pungente giornalista americano Ambrose Bierce, secondo cui un farmacista è un complice del medico, un benefattore del becchino e un fornitore dei vermi, aggiungendo che in alcuni casi anche straordinario produttore di vino.

Buon vino e #DRINKSECCO #ANDRàTUTTOBENE #IORESTOINCASA

Miglior Sommelier d’Italia 2019/2020