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TRENTODOC: le bollicine di montagna

Vitigno_TrentoDOC

Trento Doc o meglio Trentodoc, tutto attaccato, come spesso lo troviamo scritto sulle bottiglie. Cosa identifica questo nome? Facciamo un salto indietro nel tempo per ripercorrerne le tappe più significative.

Se oggi pensare a tale denominazione rimanda a uno dei Metodo Classico italiani più rinomati,storicamente la produzione vinicola di tali territori era legata ai vini rossi. Questo almeno finché il Trentino fece parte dell’Impero Austro-Ungarico. A partire dai primi del ‘900, soprattutto con l’annessione all’Italia in seguito alla Prima Guerra Mondiale, iniziò a prendere sempre più piede la coltivazione di uve bianche. Fu poi l’intuizione e la determinazione di un uomo a iniziare una nuova era: Giulio Ferrari.

Nel 1902 mise in pratica quanto appreso all’Imperial Regia Scuola di Agricoltura di San Michele all’Adige (oggi Fondazione E. Mach) e in seguito alla scuola di viticoltura di Montpellier e al Botanisches Institut di Geisenheim, dove apprese le tecniche di vinificazione sui lieviti, il giovane ventitreenne iniziò l’attività con solo 1.024 bottiglie, prodotte con uve provenienti dal vocato territorio trentino, tutto chardonnay. Gli eccellenti risultati gli consentirono, già nel 1906, di ottenere il primo riconoscimento all’Esposizione Internazionale di Milano. Ad essere pignoli il primo spumantista del Trentino fu Arminio Valentini, già sindaco di Calliano, località della Vallagarina. Nel 1899, come documentato da una pubblicità sulla stampa di allora, esattamente “la Strenna dell’Alto Adige”, si produceva a Calliano uno “Champagne A. Valentini”. Questa famiglia era allora grande proprietaria terriera, fornitrice di vino alla Casa imperiale d’Austria, tanto da essere insignita nel 1760 del titolo nobiliare di Weinfeld. Nonostante questa curiosità storica si deve certamente a Giulio Ferrari l’inizio della produzione di questo Spumante Metodo Classico di montagna.

Già 1993 venne istituita la denominazione Trento Doc, la prima in Italia dedicata al Metodo Classico, nonché la seconda al mondo dopo lo Champagne, cosa di non poco conto. L’eccellenza e l’apprezzamento di tali prodotti ha contribuito a una crescita esponenziale della loro produzione fino ad arrivare ai numeri del 2018 che contano 53 produttori e 189 etichette.

Soffermandoci invece sulla variabilità della composizione di questo terreno plasmato con materiali di riporto derivanti dal ritiro dei ghiacciai si può affermare che nel Trentino vi sono cento terre in una, tanta è la sua diversificazione. Come da molti sostenuto, ancora più determinante dei terreni è la ventilazione, e tale zona gode dell’effetto termoregolatore dato dall’Ora del Garda, vento che soffia dall’omonimo lago e che ha un effetto fondamentale sulla viticoltura.

Ma se da un lato è importante conoscere la storia per apprezzare il percorso che ci ha guidati al presente, è altrettanto fondamentale poter fare delle proiezioni sul futuro che ci aspetta. Ci viene in aiuto uno studio del prof. Attilio Scienza sull’influenza della montagna sul riscaldamento globale, uno dei problemi che purtroppo affligge l’oggi e affliggerà il domani. In particolare per effetto del mutamento climatico si tenderà ad avere un anticipo delle fasi fenologiche e dell’inizio della vendemmia, con il rischio di ripercussioni negative sulla maturazione aromatica. Le contromisure a questo fenomeno potranno essere legate alla modifica delle zone di coltivazione della vite prediligendo uve provenienti da quote maggiori a 300 metri così da salvaguardare l’acidità, ottenere una maturazione più lenta e preservare il bagaglio aromatico grazie all’escursione termica. L’altitudine media dei vigneti in Trentino si trova intorno ai 450 metri e qui il riscaldamento globale ha conseguenze immediate fortunatamente più contenute rispetto ad altre zone.

Tutte queste differenze pedoclimatiche all’interno del territorio trentino certamente contribuiscono a rendere questo Metodo Classico molto interessante per le sue sfumature, ma se volessimo cogliere un filo conduttore che lega le Bollicine di Montagna trentine, è la loro freschezza vibrante, il loro essere agili e scattanti, talvolta affilate come spade. Spumanti dritti e lineari, senza compromessi, come si addice al territorio in cui nascono, di una godibilità e piacevolezza uniche.

D’altra parte, lo sosteneva anche il grande poeta inglese William Blake: “Great things are done when men and mountains meet”.


Buon vino e #drinksecco
Valentino Tesi

Miglior Sommelier d’Italia 2019/2020

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