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SAVE WATER, DRINK WINE!

Dopo lo tsunami “coronavirus”, in cui siamo tutt’ora coinvolti, viene spontaneo interrogarsi su cosa succederà al consumo del vino. I primi dati mostrano incoraggianti segni “più” su quello casalingo e vendite nella GDO (grande distribuzione). Notizie che non destano grandi sorprese, durante il lockdown, con ristoranti e bar chiusi, il vino è stato bevuto in casa, acquistandolo principalmente nei supermercati e in via secondaria utilizzando l’e-commerce.

Adesso gli interrogativi si spostano sulla fase 2 e 3, perché se l’incremento è un dato che alimenta la fiducia, ovvero il fatto che gli italiani anche in un momento drammatico non abbiano rinunciato a consumare il vino, confermando che nel nostro Paese non è soltanto una bevanda ma soprattutto un elemento storico-sociale, gli interrogativi restano su come si stabilizzeranno le tendenze: continueranno gli acquisti e-commerce e in enoteca oppure torneremo in tempi brevi a goderne nei canali della ristorazione? Nel dubbio quasi tutti gli esercizi di somministrazione si stanno attrezzando con i servizi delivery e take-away, che comunque Covid o non Covid aumentano l’appetibilità dei locali.


Se osserviamo i dati statistici sul consumo del vino in Italia, c’è stato un progressivo aumento negli anni 2000-2006 con un picco 2007-2008. Da qui in poi vari up and down fino al crollo del 2014 che ha destato grande preoccupazione per il futuro. Fortunatamente così non è stato e il consumo è salito nuovamente con un altro picco nel 2017. I dati nel resto d’Europa non sono così rosei come nel nostro Paese. Le motivazioni che le società di marketing si sono date è che non ci sia stato un equilibrato ricambio generazionale, sul consumo vino, tra Baby Boomer, Gen X e Millennial. Sia perché sono esplose altre mode, come la mixology e il ritorno di fiamma della birra, sia perché certe tendenze stancanti degli anni ’90, vini gonfi e legnosi, hanno perso appeal.


Secondo studi del settore, c’è un rischio molto concreto nelle generazioni post “2000” che potrebbe mettere in ginocchio l’interesse verso il vino consistente in un disinteresse sociale, una rallentata curiosità e una disaffezione al rapporto tra le persone, il tutto sostituito dalle nuove forme di comunicazione web/social che mettono in discussione perfino quell’indole di incontrarsi intorno a un tavolo o in un locale, elemento fondante della convivialità del nostro Paese e che ci fece grandi sulla scia della Milano da bere.


Ecco allora che le leve su cui fare forza sono stimolare l’interesse, educare, narrare, suscitare suggestioni neo-bucoliche, di ritorno alla terra, radici che l’uomo non perderà mai, nascoste nel profondo. Non sarà più sufficiente raccontare il gusto del vino, occorrerà adattare alle nuove tecnologie il fascino del mondo che racchiude una bottiglia, far rinascere il gusto di trovarsi in un locale a condividere un’emozione. In questo senso ben vengano alcune forme di entertainment/educational legate al vino, si uniscono insieme i concetti “mi diverto/imparo/mi incuriosisci/sono con amici”. Indubbiamente sempre più arduo il compito dell’oste 2.0, un tempo dedito solo a stappare e mescere, oggi stratega marketing e profondo conoscitore della materia comunicazione.


Non ci sono alternative, se vogliamo che il consumo del vino continui a salire tra le nuove generazioni, sia al ristorante che a casa, il servizio offerto deve compiere un upgrade, con professionisti del settore, il “coronavirus” oltre che una sciagura si potrebbe rivelare una formidabile opportunità, far emergere i nuovi comunicatori della bevanda di Bacco.


Buon vino e #drinksecco
Valentino Tesi

Miglior Sommelier d’Italia 2019/2020

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