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Il Vino è Cultura

Questi mesi di emergenza e restrizioni alla libertà personale dovuti alla pandemia di Covid-19, hanno palesemente confermato, mai ce ne fosse stato bisogno, che l’Italia ha nei suoi elementi di forza economica il turismo. Nazione di arte, natura, musica, paesaggi, gastronomia e “last but not least” vino. Uno dei pochissimi paesi al mondo in cui tutti gli elementi che ho citato coesistono e sono collegati.

Rimanendo in Toscana, ad esempio, quando si tratta di Chianti Classico, l’esperienza del turista non si ferma al nobile rosso ma ai borghi rurali medievali e rinascimentali, a Firenze e a Siena per i loro artisti, agli scorci di colline, boschi, vigneti e uliveti, fino ai menu tipici di osterie e trattorie. Un’immersione nel piacere e nella cultura universale. Potremmo dire lo stesso di un vino spumante italianissimo come il Trento Doc, indissolubilmente legato alle cornici alpine delle Dolomiti, le valli, i sentieri, i laghi cristallini, flora, fauna, la meravigliosa città di Trento, la storia legata all’Impero Austro-Ungarico, le specialità culinarie e non ultime le famose “bollicine di montagna”, che sembrano quasi nascere dal granito roccioso di quei territori. Ci ribelliamo quindi ogni volta che il vino, anche nelle politiche estere, è assimilabile a mera bevanda alcolica, al pari di un qualsiasi liquore e come tale trattato nelle varie derive protezioniste e/o salutiste. C’è una scorrettezza sostanziale, conscia o inconscia: si vuole vedere il vino come una bevanda esclusivamente alcolica, piuttosto che identificarla come “cibo culturale”.

Eppure una volta il vino era davvero un alimento. Si deve dunque ripensare al vino nella sua essenza positiva: come salute, come cibo, come prodotto culturale. Negli ultimi decenni sono stati fatti passi da gigante in questo senso, negli anni ’60 il vino sfuso primeggiava, nei pochi ristoranti, privi di sommelier, la domanda di rito, senza neppure considerare le pietanze, era: “bianco o rosso?”. E il raro vino etichettato aveva un blasone maggiore di quello odierno. La bevanda vino cercava di resistere come alimento in una quotidianità che non aveva più bisogno di fornire un apporto energetico sostanzioso per sopperire alla fatica del lavoro; le campagne si svuotavano e quella migrazione verso le città modificò per sempre la destinazione di beva del vino.

Sotto un certo aspetto, quel vino è stato tradito, è stato allontanato dal suo essere “cibo culturale e naturale”, perché quella cultura del bere non poteva trasformarsi immediatamente in ciò che oggi si tenta di recuperare come prodotto culturale, perché ciò va a braccetto con l’istruzione. In tale direzione gli sforzi delle associazioni di sommelier con i loro corsi didattici hanno avuto un ruolo decisivo, è stato coniato lo slogan “bere meno, bere meglio, bere qualità”. Le filosofie produttive a poco a poco mutarono, diminuirono le rese. Quella perdita di litri al consumo fu una vittoria, perché vi fu dispersione di liquido dalla qualità dubbia, che trovò la sua esplosione e morte con lo scandalo del metanolo, nel 1986. Si impose la bottiglia – e questo fu un gran passo – ma il mercato non vide la presenza attiva di produttori di vino acculturati, spesso non interessati a valorizzare la territorialità, tanto che le prime denominazioni consentivano l’imbottigliamento di vini pregiati al di fuori dei territori di produzione. Quei primi anni di legislazione non contribuirono a far risaltare il concetto di autenticità del vino, anzi lo allontanarono definitivamente dall’essere un prodotto culturale. Diventò merce e come tale ha lasciato spazio a confronti con altre bevande, dalla birra ai liquori. Quando il vino è tornato all’attenzione, agli inizi degli anni ’90, si è fatto troppo sedurre dal marketing, dalle competizioni e da un mondo di premiatori anziché di bevitori. Il momento non brillante legato all’attuale consumo è probabilmente dovuto a un incrocio di circostanze tra cui le famigerate “stragi del sabato sera” e i controlli serrati con l’alcol test da parte delle forze dell’ordine.

Il vino non è certo il principale colpevole: però contiene alcol. Il nesso è stato un tutt’uno, non si è guardato al solo lato dell’abuso, benché il vino sia sempre stato uso. Comunicatori e produttori devono fare qualcosa, anzi tutti quelli che stanno con il vino devono farsi riconoscere e dialogare insieme, perché non è detto che quanto è stato già definito non sia ridisegnabile e/o riformulabile. Prevenire è meglio che curare, però terrorizzare non è una cura, piuttosto può trasformarsi in una sfida. Proibire potrebbe invitare addirittura alla trasgressione, soprattutto nei giovani. La prevenzione passa attraverso la conoscenza, l’educazione, il riconoscere la consapevolezza e la moderazione. Per questo il vino va recuperato e ripresentato al consumo quotidiano come elemento positivo, perché legato all’autenticità di un territorio, perché è un momento creativo pensato dall’uomo e non da una macchina. Se non è più assimilabile a “cibo” è da valorizzare come prodotto culturale, anzi storico.

Il futuro del vino quindi? A mio parere la vera sfida è avvicinare al consumo consapevole la generazione dai 20 ai 30 anni, ancora “puri” nella scelta della bevanda alcolica per accompagnare il cibo. Tra i giovani la conoscenza approfondita riveste un ruolo strategico, abituati a vivere connessi, con lo smartphone e Google in tasca. Per cui vino e cultura, racconti, giochi didattici per insegnare senza appesantire, saranno tutti elementi che renderanno l’esperienza del vino completa ed emozionante.

Buon Vino e #DrinkSecco

Miglior Sommelier d’Italia 2019/2020

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